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Disuguaglianze di salute

La casa come determinante di salute: cosa sta succedendo a Torino?

two cars parked in front of a building with graffiti on it
Tempo di lettura: 7 minuti

Sentirsi a casa” è un’espressione che esprime sicurezza, benessere, fiducia. Ma, per molti, la casa resta una chimera, per altri può diventare fonte di stress per paura di essere sfrattati, non poter pagare l’affitto o la rata del mutuo.

Alcuni programmi, come per esempio Housing First, attivo anche in Italia hanno messo al centro delle politiche, anche di sanità pubblica, il tema della casa. In questo articolo focalizziamo l’attenzione sui problemi, ma soprattutto sulle soluzioni adottate da una grande città come Torino rispetto alla casa. Ne parliamo con Jacopo Rosatelli, Assessore alle Politiche sociali del Comune di Torino.

Partiamo dal contesto. Alcuni recenti articoli pubblicati su The Lancet Public Health sottolineano con forza che la casa è un determinante fondamentale di salute. Non solo: evidenziano anche come le politiche abitative possano ridurre le disuguaglianze sociali e, di conseguenza, quelle di salute. Condivide questa visione?

Sì, la condivido pienamente. Se vogliamo dirla in modo molto semplice: avere accesso a una casa pubblica o a un affitto sostenibile significa liberare risorse economiche che possono essere utilizzate per altro, anche per la salute. In una fase in cui il sistema sanitario pubblico è in difficoltà e talvolta le persone sono costrette a ricorrere al privato, avere un canone equo può fare la differenza tra potersi permettere una visita o un farmaco oppure no.

Ma il discorso è più ampio. L’ideale sarebbe avere un sistema sanitario pubblico forte, realmente accessibile, e allo stesso tempo un mercato dell’abitare pensato per le persone e non per la speculazione. E naturalmente un patrimonio pubblico di alloggi molto più consistente di quello attuale. In ogni caso, che lo si guardi dal punto di vista “ideale” o da quello concreto delle difficoltà quotidiane delle famiglie, una casa stabile, sicura e salubre è un fattore determinante di salute. Quando parliamo di casa, però, non parliamo solo di quattro mura…

La casa non è solo l’appartamento in cui si dorme o si mangia. È anche il quartiere, i servizi, il contesto. La qualità dell’abitare comprende l’accesso ai trasporti, ai servizi sanitari, alle scuole, agli spazi verdi. Parlare di casa significa parlare di qualità complessiva della vita urbana.

Entriamo allora nella realtà torinese. Quali sono oggi le principali criticità del sistema abitativo?

Partirei dalle situazioni più gravi: le persone senza casa. A Torino stimiamo che tra le 200 e le 300 persone dormano ogni notte in strada. A queste si aggiungono circa 2.000 persone accolte in strutture temporanee, quindi senza un alloggio stabile.

Il primo obiettivo è lavorare perché la fuoriuscita dalla grave marginalità sia reale: assegnazione di alloggi, accompagnamento, sostegno nel mantenimento della casa. Serve un’integrazione vera tra sociale e sanitario. Oggi uno dei limiti più grandi è proprio la scarsa integrazione: ci sono persone con dipendenze o gravi problemi di salute mentale che faticano a essere intercettate dal sistema sanitario.

Per quanto riguarda l’edilizia popolare l’ultimo bando per le case popolari ha visto tra i 7 e gli 8 mila richiedenti. Le assegnazioni realistiche nei prossimi cinque anni saranno circa 1.500. È evidente lo squilibrio tra domanda e offerta.

Torino ha circa 20.000 alloggi popolari. Se pensiamo che Vienna ne ha circa 200.000, capiamo subito la differenza di scala. Servirebbe un ampliamento significativo, sia quantitativo sia qualitativo. Molti alloggi torinesi sono stati costruiti 40 o più anni fa e oggi risultano inadeguati per dimensioni, standard abitativi, efficienza energetica e salubrità.

Il mercato privato e la “fascia grigia”

E le persone che teoricamente potrebbero stare sul mercato privato ma oggi non ce la fanno?

Qui entra in gioco il tema del canone concordato. Abbiamo rinnovato gli accordi territoriali per calmierare i prezzi. C’è un dibattito aperto: per i proprietari i canoni sarebbero troppo bassi rispetto al mercato, per i sindacati degli inquilini invece sono adeguati. La verità è che lo strumento funziona solo se viene usato. Se non è appetibile per i proprietari, bisogna interrogarsi. Ma se è troppo alto, perde la sua funzione sociale.

C’è poi un altro fattore: la fiducia. Abbiamo riscontrato episodi di discriminazione verso persone straniere o razzializzate, anche quando hanno un lavoro stabile e garanzie. Per questo abbiamo promosso campagne di comunicazione per mettere in evidenza questi meccanismi. Se un problema non lo nomini, non lo affronti.

Stiamo anche rafforzando l’Agenzia sociale per la locazione “Lo.C.A.Re” e finanziando progetti come quelli della Fondazione Mario Operti, che lavorano per facilitare l’incontro tra domanda e offerta, offrendo garanzie e accompagnamento.

Il nodo degli affitti brevi

Quanto pesa il fenomeno degli affitti brevi?

È un tema complesso. Le locazioni turistiche sottraggono alloggi al mercato residenziale, contribuendo all’aumento dei prezzi. Allo stesso tempo, per alcune famiglie rappresentano un’integrazione di reddito importante. Oggi mancano strumenti normativi nazionali per regolamentare davvero il fenomeno. A livello locale possiamo intervenire solo in parte, ad esempio sul cambio di destinazione d’uso dei locali commerciali.

I tre pilastri: accessibilità, sicurezza, idoneità

Nei recenti articoli del Lancet Public Health si parla di tre pilastri dell’abitazione: accessibilità economica, sicurezza e idoneità. Come sta agendo il Comune su questi fronti?

Accessibilità economica

Si lavora su più livelli: aumento del patrimonio pubblico, sostegno al canone concordato, rafforzamento dell’Agenzia sociale per la locazione. Un tema importante è anche prevenire la decadenza dalle case popolari: alcune famiglie, pur pagando affitti molto bassi, non riescono a sostenere le spese energetiche. Stiamo intervenendo anche su questo fronte.

Sicurezza abitativa

La stabilità è fondamentale, soprattutto per le famiglie con bambini. Cambiare casa continuamente significa cambiare scuola, reti sociali, punti di riferimento. Per questo lavoriamo sulla prevenzione degli sfratti, sul sostegno alla morosità incolpevole e sulla mediazione tra proprietari e inquilini.

 Idoneità e salubrità

Molti alloggi sono vecchi e non rispondono più agli standard attuali. Serve riqualificazione, efficientamento energetico, adeguamento alle esigenze familiari. Anche il cambiamento climatico impone standard diversi: una casa non adeguatamente isolata diventa un fattore di rischio per la salute.

Morosità, sfratti e sostenibilità del sistema

Parlavamo di accessibilità economica. C’è un tema molto concreto che riguarda la morosità nelle case popolari. Come state intervenendo?

Il problema nasce dal fatto che nelle case popolari il canone e le spese vengono conteggiati insieme. Questo significa che, se una famiglia non riesce a pagare per tre mesi, può scattare la procedura per morosità “colpevole”. E quella procedura può portare alla decadenza dall’assegnazione e quindi allo sfratto.

Il paradosso è evidente: sfratti una famiglia dalla casa popolare e poi la devi collocare in accoglienza alberghiera o in housing temporaneo, con un costo molto più alto per le casse pubbliche. È un cortocircuito.

Per questo abbiamo attivato una commissione mista tra Comune e gestori – in particolare l’ATC – per prevenire le decadenze per morosità “colpevole” e promuovere l’uso del fondo sociale, che interviene nei casi di morosità incolpevole. Il fondo copre la maggior parte del debito, a fronte del pagamento di una quota minima da parte dell’inquilino. Ma va richiesto, e non sempre le persone sanno come fare o riescono a gestire la procedura.

Quindi il nostro lavoro è doppio: prevenire le decadenze e accompagnare le famiglie nell’accesso agli strumenti di sostegno.

Case popolari: funzione sociale o logica aziendalista?

C’è anche un dibattito più ampio sul futuro dell’edilizia pubblica. Gli enti che gestiscono le case popolari non possono essere trattati come aziende che devono stare in equilibrio economico perfetto. Non sono soggetti di mercato: hanno una funzione sociale.

Quando si introduce una logica aziendalista, si rischia di fare come in sanità: se guardi solo ai conti, finisci per non curare più le persone. Oggi alcune proposte regionali vanno nella direzione di assegnare alloggi popolari a categorie più capienti per far entrare più risorse nelle casse degli enti gestori. L’idea è: più entrate, più manutenzione. Ma è una scorciatoia. Se il numero di alloggi resta lo stesso, inserire la cosiddetta “fascia grigia” dentro le case popolari significa escludere chi ha davvero più bisogno. Io sarei anche favorevole a un modello “alla Vienna”, dove anche il ceto medio vive nelle case pubbliche. Ma questo funziona solo se il patrimonio cresce in modo significativo. Altrimenti è un gioco a somma zero.

Salubrità e adeguatezza degli alloggi

Passiamo alla salubrità e all’adeguatezza del patrimonio abitativo.

Qui il problema è molto concreto. Edifici non coibentati, con serramenti vecchi, senza cappotto termico, significano case fredde d’inverno e calde d’estate. Questo incide sui costi energetici e sulla qualità della vita. In alcuni casi ci sono infiltrazioni, muffe, barriere architettoniche, ascensori non accessibili. Tutti fattori che incidono direttamente sulla salute.

Qualcosa è stato fatto grazie ai fondi europei, al PINQuA e al PNRR. Ad esempio, il patrimonio del CIT (Consorzio Intercomunale Torinese) è stato quasi interamente riqualificato con il Superbonus. Ci sono stati interventi importanti anche in complessi come quello di Corso Racconigi. Resta però il problema delle dimensioni: le famiglie che chiedono una casa popolare sono spesso numerose, ma gli alloggi grandi sono pochissimi. Abbattere muri per unire appartamenti significherebbe ridurre ulteriormente il numero complessivo. Senza nuove risorse, il margine di manovra è limitato.

La sicurezza abitativa e il nuovo fenomeno degli sfratti

Veniamo al tema della sicurezza: sentirsi sicuri nella propria casa.

Qui dobbiamo guardare entrambe le parti. Da un lato c’è l’inquilino che teme di essere sfrattato; dall’altro il piccolo proprietario che teme di non essere pagato o di ritrovarsi l’alloggio danneggiato. Queste paure non vanno banalizzate.

Oggi però il fenomeno più preoccupante non è tanto lo sfratto per morosità, quanto lo sfratto per finita locazione. Parliamo di persone che hanno sempre pagato regolarmente ma che, alla scadenza del contratto (il classico 4+4), si vedono non rinnovare l’affitto perché il proprietario ritiene più conveniente destinare l’alloggio agli affitti brevi. Questo genera un’insicurezza nuova: anche se fai tutto bene, non sei al riparo. E questa insicurezza ha un impatto psicologico forte, incide sui progetti di vita, sulla stabilità lavorativa, sul benessere complessivo.

Se il proprietario riprende l’alloggio per andarci a vivere o venderlo, è un conto. Ma se lo riprende per metterlo su Airbnb e guadagnare di più, e questa tendenza si fa inarrestabile, allora il problema diventa sociale. Servirebbero interventi normativi che introducano maggiori vincoli in questi casi, altrimenti si crea un circolo vizioso: per convincere il proprietario a rinnovare, l’inquilino dovrebbe accettare un affitto sempre più alto, fino a renderlo insostenibile.

Il nodo degli alloggi vuoti

Un’ultima domanda sui dati. Avete informazioni sufficienti per impostare le politiche abitative?

Il dato più importante e più difficile è quello degli alloggi vuoti. Le stime emerse nella fase di studio per la redazione del nuovo piano regolatore parlano di circa 50.000 alloggi vuoti a Torino. Ora servirebbe capire quanti di questi sono realmente mobilitabili per il mercato residenziale e a quali condizioni.

Ci sono piccoli proprietari con ragioni familiari comprensibili. Ci sono grandi proprietari – enti, assicurazioni, realtà religiose – su cui il discorso è diverso. E poi ci sono casi di immobili tenuti vuoti per scelta o per convenienza.

Il punto è che passare dalla stima al censimento reale è complesso, e sarà uno dei compiti del nuovo osservatorio per l’abitare che abbiamo istituito a Torino con l’ultima delibera.

Per ulteriori approfondimenti:

Piano dell’abitare per lo sviluppo della città di Torino

Casa sana in corpore sano: l’abitazione come determinante della salute – Disuguaglianze di salute


A cura di Luisella Gilardi, Centro di Documentazione per la Promozione della Salute (DoRS), ASL TO3, Regione Piemonte

luisella.gilardi@dors.it