Si stima che, a livello globale, siano un miliardo i bambini/e, adolescenti e persone adulte che convivono con l’obesità. Il tasso di obesità, dal 1990 al 2022, è quadruplicato nell’infanzia e adolescenza, triplicato tra gli uomini, raddoppiato tra le donne.
La quarta raccolta dati di COSI (Childhood Obesity Surveillance Initiative) effettuata nelle scuole primarie di 37 Paesi della Regione europea dell’OMS, nel periodo 2022-2024, ha coinvolto circa 470.000 bambini e bambine di 7-9 anni: la prevalenza di sovrappeso e obesità è del 25% (nella maggior parte dei Paesi almeno un bambino/a su dieci è obeso, e in numerosi altri circa un bambino/a su cinque è sovrappeso).
In Italia, la prevalenza di obesità negli uomini e nelle donne è pari al 18%, mentre nei bambini e ragazzi e nelle bambine e ragazze è rispettivamente del 12% e 8%.
In gran parte del mondo, l’obesità è considerata la forma più comune di malnutrizione ed è quindi una delle più importanti sfide per la salute pubblica. Nella Regione europea dell’OMS risulta tra le principali cause di morte (più di 1,2 milioni di decessi all’anno) di malattie cardiovascolari, diabete mellito di tipo 2 e tumori.
Essere obesi durante l’infanzia e l’adolescenza, oltre ai suddetti problemi a lungo termine, può avere anche conseguenze quali problemi psicologici, disturbi alimentari, asma e disturbi muscolo-scheletrici.
Già nel 2010, la Risoluzione 63.14 del 2010 dell’Assemblea Mondiale della Sanità richiedeva agli Stati Membri di mettere in atto le raccomandazioni volte a ridurre l’impatto sui bambini di “cibi spazzatura” (alto contenuto di grassi saturi, acidi grassi trans, zucchero o sale) creando restrizioni alla loro commercializzazione. Gli alimenti ultra processati, infatti, sono realizzati attraverso processi fisici, biologici e chimici e tipicamente con più ingredienti e additivi, ricchi di grassi, zuccheri e sale e poveri di fibre.Gli interessi dell’industria sono opposti a quelli della salute pubblica. Per la prima i prodotti ultra processati sono redditizi mentre per la salute pubblica sono dannosi perché generano dipendenza (con lo stesso meccanismo di caffè, nicotina e droghe perché direttamente correlati alla mobilitazione di sostanze dopaminergiche nel cervello) e per questa ragione andrebbero ulteriormente regolamentati (per esempio con tasse specifiche e restrizioni pubblicitarie). Oltre alle pubblicità indebite, l’industria alimentare attribuisce l’obesità una responsabilità personale degli individui al fine di distogliere l’attenzione dal modo in cui le influenze commerciali pesano su scelte e comportamenti.
Il 10 aprile 2026 Phillip Baker, professore associato presso la School of Public Health dell’Università di Sydney in Australia, ha pubblicato sui social media una lettera aperta rivolta all’Istituto per l’Acqua, l’Ambiente e la Salute (INWEH) dell’Università delle Nazioni Unite (UNU) in cui chiede che chiuda la partnership con Nestlé. Nel testo si fanno presenti le preoccupazioni sui conflitti di interesse della multinazionale, tenendo conto che “Nestlé è stata pioniera nel marketing medico, incluso l’uso di consulenza dei professionisti sanitari per influenzare le percezioni dei genitori e le decisioni alimentari, promuovendo l’uso di formula e aumentando la domanda di mercato“. In sostanza “Inserire Nestlé nell’ambito dell’educazione nutrizionale e dello sviluppo professionale di un’istituzione affiliata all’ONU compromette l’indipendenza, rischia di influenzare i programmi in modo utile al marketing con interessi aziendali direttamente in contrasto con la salute pubblica“.
Nell’arco dei successivi 10 giorni, oltre 390 accademici, esperti di sanità pubblica e gruppi della società civile, provenienti da paesi come Australia, Canada, Regno Unito, India e Sudafrica, avevano già sottoscritto la lettera anche perché il suo autore è particolarmente autorevole avendo scritto la serie Lancet 2025 sugli alimenti ultra-processati.
La questione non è affatto nuova: ben 45 anni, le attività di marketing di Nestlé relative alla formula per neonati portarono l’Assemblea Mondiale della Sanità a ratificare il Codice Internazionale di Commercializzazione dei Sostituti del Latte Materno; tuttavia Nestlé continua a violare il Codice, minando gli sforzi globali per proteggere, promuovere e sostenere l’allattamento, prevenire la disinformazione, ridurre la malnutrizione e la mortalità infantile e promuovere lo sviluppo sostenibile.
In Brasile, la nazione più grande dell’America Latina, con oltre 212 milioni di abitanti, nel marzo 2024 il è stato ha emanato il Decreto 11.936 che istituisce il nuovo Paniere Alimentare Nazionale strutturato attorno a tre pilastri: l’integrazione dell’educazione alimentare e nutrizionale nelle pratiche pedagogiche; la regolamentazione della vendita e delle donazioni di alimenti, dando priorità agli alimenti freschi e minimamente trasformati; il controllo delle comunicazioni di marketing rivolte ai bambini inoltre si utilizzano i criteri del National Food Basket per garantire un’aliquota fiscale zero per gli alimenti freschi e minimamente lavorati, mentre sono state introdotte tasse sulle bevande zuccherate. Queste iniziative, hanno mobilitato oltre 324.000 tonnellate di cibo fresco dal 2023, sostituendo le calorie potenzialmente derivate dagli ultra processati con cibi sani e appropriati anche sulle tavole delle persone in situazioni di vulnerabilità sociale, affrontando le disuguaglianze storiche di etnia, genere e classe.
Gli istituti di salute pubblica europei hanno cominciato ad occuparsi delle abitudini di consumo di questa tipologia di alimenti, caratterizzati da prezzi contenuti e lunghi periodi di conservazione (formule di proseguimento per lattanti, caramelle, merendine confezionate e altri dolci conservati, prodotti in scatola ad alto contenuto di sale, patatine in busta), che risulta particolarmente rilevante tra i gruppi di popolazione a basso reddito, con basso livello di istruzione, residenti in contesti urbani, con minori opzioni di accesso a cibo poco processato.
Il Piano Nazionale della Prevenzione 2022-2025, durante la gravidanza e nei primi anni di vita dei bambini e bambine, al fine di prevenire alcuni esiti di salute negativi, ribadisce l’importanza di ridurre l’esposizione a fattori di rischio per la salute. Tra questi lo sviluppo precoce (già dai primi 1000 giorni) di dipendenze alimentari e cognitive (esposizione a schermi e dispositivi retroilluminati) potenzialmente pericolose e con conseguente impatto sulla futura vita adulta.
Malgrado tutte queste prese di posizione, recentemente è stato segnalato come l’industria alimentare si sia infiltrata nelle scuole e negli asili nido del Regno Unito: è stata scoperta l’influenza diffusa dei marchi di alimenti e bevande attraverso guide nutrizionali e campagne alimentari organizzate da Kellogg’s, Greggs e un ente di beneficenza per lo “sviluppo delle politiche” finanziato da aziende come Coca Cola, PepsiCo, Mars, Nestlé e McDonald’s.
Ma anche in Italia le cose non vanno molto meglio. Facciamo due esempi.
Il primo è la campagna di una nota linea di prodotti da panificazione e forno con la promozione di un concorso in cui le classi possono vincere un’aula “dei sogni”, spazio “polifunzionale” allestito con arredi che richiamano un noto biscotto (librerie, tappeti, pareti e tavoli con piani dipinti in “marrone biscotto” e disseminati di stelline, per un valore totale di 15 mila euro).
L’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Torino ha bocciato l’iniziativa e fatto ricorso al Garante dell’infanzia e al Garante della Concorrenza poiché in contrasto con gli obiettivi dell’OMS determinando un’esposizione ripetuta e protratta del minore a stimoli commerciali in un ambiente protetto e autorevole com’è quello delle scuole, con il rischio concreto di interiorizzazione del marchio, che diventa familiare.
Altro caso è legato a una delle aziende più importanti del settore avicolo che ha svolto corso di educazione alimentare in alcune scuole, durante l’orario di lezione, donando anche agli studenti degli zainetti con il logo della ditta.
In questo scenario complesso, fatto di dati allarmanti, interessi economici contrapposti e tentativi ancora insufficienti di regolamentazione, appare sempre più evidente che l’obesità non può essere ridotta a una semplice questione di responsabilità individuale. Si tratta, anzi, di un fenomeno sistemico, radicato in modelli di produzione, distribuzione e marketing del cibo che influenzano profondamente le scelte quotidiane, soprattutto dei più giovani e dei gruppi socialmente più vulnerabili.
Per affrontare efficacemente questa sfida è necessario un impegno coordinato e multilivello: politiche pubbliche più coraggiose, capaci di limitare l’influenza dell’industria alimentare e di promuovere ambienti favorevoli a scelte salutari; sistemi educativi realmente indipendenti da interessi commerciali; una maggiore consapevolezza collettiva sul ruolo che il contesto gioca nei comportamenti individuali.
Solo riconoscendo la natura strutturale del problema e agendo di conseguenza sarà possibile invertire la rotta, tutelare la salute delle nuove generazioni e ridurre le disuguaglianze che oggi rendono l’obesità non solo una questione sanitaria, ma anche sociale ed etica.
A cura di Luisa Mondo, Servizio di Epidemiologia, ASL TO3, Regione Piemonte
