Dal 26 al 28 maggio 2026 si è tenuto a Trieste il 50°Congresso dell’associazione italiana di epidemiologia (AIE) dal titolo “50 anni di AIE: Capire, Agire, Valutare“.
La mattina del 27/5/2026 si è svolto il Simposio del Gruppo di Lavoro Salute nelle carceri & Prevenzione e Promozione della Salute, sessione moderata da Rebecca De Fiore, Nicola Cocco, Benedetta Contoli, Edoardo Corsi Decenti, Gianluigi Ferrante, Lara Tavoschi.
Nel primo intervento Katia Poneti (Ufficio Garante dei detenuti della Regione Toscana) e Riccardo Girolimetto (La Società della Ragione Onlus) hanno trattato l’Epidemiologia del contenimento chimico, dipendenze e abuso di farmaci . Secondo i relatori parlare di salute mentale in carcere è un ossimoro. L’emergenza psichiatrica in carcere è percepita come maggiore di quanto non indichino i dati quantitativi raccolti nelle loro ricerche. Risulta invece confermato il prevalere delle logiche custodiali e securitarie su quelle terapeutiche e riabilitative, condizionando forma ed efficacia degli interventi psicoterapici, di sostegno e psicofarmacologici, ridotti a rendere “più tollerabile” la vita detentiva, in poche parole a “dormirsi il carcere”. Inoltre il carcere tende ad esacerbare le diseguaglianze sociali già esistenti, incidendo in maniera differente sulle persone detenute, specie per coloro che hanno una storia di migrazione alle spalle.
Un nodo critico riguarda l’applicazione dell’incompatibilità con il carcere per motivi di salute mentale: ridotta conoscenza della possibilità di scontare la pena in una struttura psichiatrica all’esterno del carcere, percezione che tale percorso riguardi casi rarissimi, in concomitanza con altre problematiche sanitarie. Hanno concluso ribadendo l’urgenza di un ripensamento radicale delle politiche e delle pratiche di tutela della salute mentale in carcere, capace di superare le contraddizioni tra funzione detentiva e funzione terapeutica, e di garantire il rispetto dei diritti fondamentali delle persone con problematiche legate alla salute mentale (e non).
Nel secondo intervento Cristina Cairone (Medicina penitenziaria Casa Circondariale di San Vittore, Azienda Socio Sanitaria Territoriale Santi Paolo e Carlo, Milano) ha parlato del corpo come ultimo linguaggio, autolesionismo e suicidio. La relatrice ha spiegato che il carcere è un concentrato di fragilità, vulnerabilità pscichiche, dipendenze. Quando la sofferenza psichica non riesce a essere espressa con le parole, può manifestarsi attraverso il corpo: l’autolesionismo rappresenta spesso una modalità di comunicazione del dolore e di regolazione emotiva. E’ una richiesta di ascolto, uno strumento di negoziazione o di protesta.
Si tratta di azioni di Autolesionismo non suicidario (NSSI) il cui fine principale è ridurre tensione, rabbia, vuoto, dissociazione o sofferenza emotiva. Il gesto può procurare un sollievo temporaneo. È molto frequente che le persone di taglino in cella per chiedere cambio di cella, terapia farmacologica, lavoro, beni vari … le ferite vengono inferte in parti ben visibili del corpo, una sorta di tatuaggio. Tuttavia l’autolesionismo è un importante fattore di rischio per futuri tentativi di suicidio e richiede sempre una valutazione clinica accurata specie in caso di adulti (oltre i 35 anni) con figli, con dipendenze e che hanno già messo in atto tentativi di suicidio.
Infine Federico Nicoli (Società Italiana di Medicina delle Migrazioni) e Giovanna Del Giudice (Conferenza Salute Mentale Franco Basaglia) hanno affrontato La crepa etica, il ruolo del medico tra cura e custodia ragionando su come bene e giusto siano diversi: il primo venendo dalla filosofia, il secondo dalla giurisprudenza.
In carcere è difficile curare, viene anche citato un ampio studio sulle persone detenute in Lazio.
La dottoressa Giovanna Del Giudice ricorda che l’eredità di Franco Basaglia non consiste semplicemente nella chiusura degli ospedali psichiatrici, ma in un cambiamento radicale di prospettiva in cui la persona non viene identificata con la sua diagnosi; il malato psichiatrico deve essere considerato soggetto di diritti, non oggetto di custodia; la cura deve avvenire nella comunità, attraverso relazioni, abitazione, lavoro e inclusione sociale; la psichiatria deve interrogarsi sul proprio potere e sui propri strumenti di controllo
Nel dibattito col pubblico si è parlato di CPR come luoghi patogeni, della detenzione di mamme con bambini piccoli, di sovraffollamento: tutte condizioni di ulteriore afflizione delle persone trattenute e detenute.
A cura di Luisa Mondo, Servizio di Epidemiologia, ASL TO3, Regione Piemonte
