Storia di Hafsah

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Hafsah la conosco molto bene, donna nigeriana, con meno di trent’anni, segnalata anche lei dai Servizi Sociali.

Vive separata dal marito, che sta un po’ in giro per la città, dormendo e vivendo dove capita, di solito a casa di amici.

Lei sta nella casa di un uomo più anziano, italiano, che le offre ospitalità in cambio di cure: si tratta di una condizione molto comune a donne africane. Nutro molti dubbi su questo tipo di ospitalità. 

Hafsah ha una bambina di due anni e mezzo e una di sei mesi. Lei, con le sue figlie, vive in questo alloggio a Druento, un Comune ad una decina di chilometri a nord di Torino.

L’avevo conosciuta prima del covid, ho avuto modo di parlare sia con lei che con il marito. Sono ragazzi che dimostrano un grande interesse a crescere, a migliorare la loro condizione, a stare dietro ai bambini. Sono attenti, anche se sono separati, si aiutano e si vogliono bene, c’è ancora un forte legame. Sono ‘separati’ per necessità. Il problema più grande infatti è proprio quello che non possano vivere insieme, nonostante il bel rapporto che esiste. 

Sono in Italia da circa quattro anni, parlano tutti e due abbastanza bene l’italiano e hanno anche un buon livello culturale. Il marito, a parte il periodo del covid e del lockdown, lavoricchiava, con lavori saltuari.

Venerdì mattina, il primo maggio, lei mi ha telefonato: “Niky, mio figlio più piccolo ha la febbre. Sono qui a Druento e non so come fare?” … piangeva.

Per prima cosa ho cercato di tranquillizzarla… “Cosa faccio?”. 

La mamma non vuole chiamare l’ambulanza perché ha paura che le portino via il bambino. “Se viene l’ambulanza mi tolgono il bambino! Io preferisco morire qui con il mio bambino, piuttosto che andare in ospedale”. Lei aveva saputo che se ricoverano il bambino, soprattutto adesso in tempo di covid, la mamma non può stare con il figlio e non voleva lasciarlo. Questa era la sua preoccupazione.

Poi ci si è messo di mezzo anche il signore che la ospita “Non solo il bambino è ammalato, ma adesso volete anche ammazzare me”. Era molto nervoso “Adesso vi butto fuori”.

Con calma abbiamo cercato di affrontare la situazione: era vero che il bambino aveva qualche linea di febbre, però mangiava e stava abbastanza bene, poppava il latte materno e dormiva tranquillo. Tutto questo sempre al telefono, perché con il lockdown non potevo andare a farle visita.

Per prima cosa le ho detto di chiamare il pediatra. Naturalmente, era il primo maggio, giorno festivo, e non ha risposto. Allora le ho detto ”Bombardalo di messaggi, chiamalo cinque, sei, sette volte e lasciale il messaggio in segreteria”. 

Quel giorno ci siamo sentite quasi ogni mezz’ora per telefono “Come sta il bambino? Le è scesa un po’ la febbre? Mangia?”.

Anche durante la notte il pediatra non si è fatto sentire, però il bambino aveva mangiato e riposava. L’altra bambina stava bene, non aveva alcun sintomo, neanche la febbre e anche la mamma non aveva sintomi strani.

Sabato mattina ho sentito il pediatra che fa volontariato in associazione e anche lui ha detto che era meglio ricoverarlo, anche se i sintomi non erano così gravi.

Sabato pomeriggio ha chiamato il suo pediatra “Se ha la febbre, vada in ospedale”, questa è stata la risposta. 

Alla fine anch’io ho cercato di convincerla ad andare in ospedale. “Io però con l’ambulanza non ci vado”.

Allora “Passami questo signore dove stai, al telefono…” 

“Buongiorno, sono Niky e seguo Hafsah per i Servizi Sociali, per favore, le lascio i miei dati, le invio anche copia della mia carta d’identità. Dalle un po’ di soldi, così può andare in ospedale con il bambino, perché non vuole andare in ambulanza. Falle prendere un taxi, poi ti restituiamo i soldi che spendi”.

“No, ma io non mi fido, non le dò dei soldi…”

“Guarda se non ti fidi ti lascio il mio indirizzo, il mio documento”. Alla fine sono riuscita a convincerlo e le ha dato 50 euro.

Lei è uscita di casa con i due bambini, ma, arrivata alla fermata del 59, l’autobus che da Druento va in centro a Torino, ha visto che il bus era vuoto, così è salita.

“Guarda, sto andando in ospedale con il bambino. Però ho preso l’autobus che era vuoto, così ho risparmiato i soldi”.

Arrivata all’ospedale, per prima cosa hanno fatto il tampone a tutti e tre, e l’hanno tenuta in osservazione fino a mezzanotte. Il risultato del tempone glielo avrebbero dato il giorno dopo, ma, visto che le condizioni generali sue e dei bambini sembravano migliorate, a mezzanotte li hanno dimessi. Io ho il foglio delle dimissioni.

Nel frattempo il marito, quello che girovaga per Torino, è andato anche lui all’ospedale. Avendo risparmiato i 50 euro è riuscita a prendere il taxi e tornare a Druento con i figli.

Alla fine si è capito che il bambino aveva una malattia esantematica. Nessuno di loro è risultato positivo al covid, però abbiamo trascorso tutti un bruttissimo primo maggio e la Hafsah ha avuto un’esperienza che l’ha messa molto in apprensione.

La cosa poi non è terminata lì, perché ancora oggi il signore che la ospita la minaccia, dicendole che se mai dovesse ammalarsi di covid, li riterrebbe responsabili della sua malattia e che ”avrebbe dovuto mandarli subito fuori di casa”.

Per adesso la Hafsah sta ancora lì in casa di quest’uomo con i suoi due figli, perché non sa dove andare. Appena la situazione si normalizza, cercherò di andarla a visitare, perché lei non sta bene in quella condizione, ma non parla chiaro.

Purtroppo sono piuttosto frequenti queste “combinazioni”, di uomini italiani anziani soli (quest’uomo che ospita Hafsah, dalla voce al telefono, avrà una settantina di anni), che in cambio dell’ospitalità hanno una serie di benefit, di accudimento e compagnia.

Questa storia di Hafsah mi ha fatto stare molto male, anche per l’atteggiamento dell’ospedale, che non poteva di notte, abbandonare una donna immigrata, con i suoi due figli piccoli, in una zona anche poco sicura.

…..  Con la fine del lockdown Hafsah ha iniziato a partecipare agli incontri del gruppo “Mamma – Bambino” anche con le sue figlie.

“Non è facile venire fino qui a Torino con le mie figlie. Dobbiamo prendere l’autobus da Druento e poi il bus per il centro città. Però quando posso vengo, così incontro altre mamme, come me”. 

“Anche la bimba più grande, Farisa è contenta quando le dico che andiamo a Torino. Può giocare con altre bambine”.

Purtroppo, con le nuove regole entrate in vigore a fine ottobre per lo sviluppo dei contagi, sono stati sospesi gli incontri del gruppo “Mamma – Bambino”, però ci manteniamo in contatto telefonicamente e via whatsapp. 

Hafsah mi scrive tutti i giorni, anche solo per dirmi che stanno tutti bene.

Niky

Torino, Ottobre 2020

NB. I nomi propri di mamme e bambini sono di fantasia, ma originari dei paesi di provenienza.