L’equità sanitaria per le persone LGBTQI+ è raggiungibile solo se potranno accedere ai servizi senza discriminazioni.
L'acronimo LGBTQI+ di origine anglosassone indica le persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer (termine ombrello per indicare le minoranze sessuali e di genere) e intersessuali (persone biologicamente nate con entrambi gli organi sessuali o con caratteristiche fisiche di entrambi i sessi biologici)
La salute delle persone LGBTQI+ è un indicatore di progressi nei diritti umani e nell’equità sanitaria.
Da un lato i moderni movimenti di liberazione LGBTQI+ hanno ottenuto progressi sostanziali verso la tutela dei diritti delle persone (meno condanne, minor stigma come se fossero malati) eppure in molte parti del mondo alle persone LGBTQI+ sono ancora negati addirittura i diritti umani più basilari.
Per capire di che cosa stiamo parlando: una relazione consensuale, privata, tra persone dello stesso sesso è criminalizzata in 65 stati ONU, in aumento dal 2025 per la prima volta in un decennio, punibile con la morte in sette di questi. Almeno 63 Stati impongono barriere legali alla libertà di espressione riguardo sessualità, genere o caratteristiche sessuali (gli stati più oppressivi si trovano nel Mediterraneo orientale e in Africa).
La recentissima Conferenza Interparlamentare Africana sui Valori Familiari e la Sovranità tenutasi in Ghana, ha visto la discussione di una bozza di carta africana sui valori familiari che elimina l’educazione sessuale, nega il diritto delle donne all’aborto, limita i diritti delle persone LGBTQI+, in nome del mantenimento degli ideali tradizionali di famiglia basati sul matrimonio eterosessuale.
Negli Stati Uniti, lo smantellamento dell’assistenza sanitaria transgender è stato uno dei principali obiettivi della seconda amministrazione Trump, con il recente annuncio della fine dei finanziamenti federali per le cure di affermazione di genere dei giovani, utilizzando una retorica che sfrutta le ansie pubbliche riguardo al cambiamento delle norme culturali e dei valori familiari. Le persone LGBTQI+ vengono rappresentate come qualcosa di diverso dagli altri, si fa leva su parole come mutilazione, indottrinamento ed estremismo. I sondaggi recenti mostrano un calo di otto punti (al 38%) dal 2021 nella proporzione di americani che credono che cambiare genere sia moralmente accettabile e la quota di chi considera morali le relazioni omosessuali è scesa al 62%, il valore più basso dal 2016.
Tra i diritti messi in discussione vi è anche quello alla salute: il rapporto UNAIDS del 2024 indica che, sebbene le nuove infezioni da HIV tra gli adulti stiano diminuendo a livello globale, stanno aumentando tra uomini gay e persone transgender. Così anni di progressi nel controllo dell’HIV sono minacciati in Senegal, dove la pena massima detentiva per atti sessuali tra persone dello stesso sesso è stata raddoppiata a 10 anni; in Russia la Corte Suprema ha equiparato il movimento internazionale LGBT a organizzazioni estremiste e ha vietato simboli come la bandiera dell’orgoglio. Ne consegue che pazienti LGBTQI+, temendo discriminazioni, evitano i controlli sanitari.
Eppure evidenze a livello di popolazione mostrano che le persone LGBTQI+ sono a maggior rischio di problemi di salute mentale (inclusi pensieri suicidari), abuso di sostanze, violenza (hanno maggiori probabilità di essere stati vittime di bullismo e costretti ad avere rapporti sessuali), povertà, malattie cardiometaboliche, disturbi alimentari e infezioni sessualmente trasmissibili. All’opposto vi sono evidenze che si registrino benefici psicosociali in leggi più permissive, come le politiche scolastiche inclusive e i diritti matrimoniali.
In tal senso si registrano sono progressi in Asia e in Europa andando verso tutele legali contro la discriminazione, la creazione di un’autorità indipendente per l’uguaglianza, nuove strategie nazionali di inclusione LGBTQI+ e un modello depatologizzante di assistenza transgender che consentono l’autodeterminazione legale senza richiedere diagnosi psichiatriche o terapia ormonale.
Negli ultimi mesi ha destato molto scalpore, in Italia, il programma del congresso dell’Associazione italiana di ostetricia (Aio) che si terrà a Riccione il 3 e 4 ottobre e che prevede un incontro intitolato Se a partorire non è una madre. E’ indubbiamente un tema complesso anche per “gli addetti ai lavori” : esistono persone nate donne, che non si identificano come tali e hanno intrapreso un percorso di cambiamento di genere, ma hanno ancora il loro apparato riproduttivo intatto e funzionante e quindi possono concepire, partorire e allattare. L’Aio riconosce l’esperienza di molte persone con utero e/o vagina che non si identificano come donne e che con la sospensione della terapia con testosterone possono tornare fertili e partorire. Quella persona ha diritto di essere assistita con rispetto, nella sua peculiarità genetica, di aspetto esteriore e di scelta compiuta: i professionisti che la seguiranno devono essere formati, a tutela di chi partorisce e del nascituro.
In Italia non risultano disponibili statistiche nazionali ufficiali che consentano di stabilire quante gravidanze di persone trans si verifichino. Non è quindi possibile ricavare dai dati pubblici la probabilità che un’ostetrica possa assisterne una durante la propria carriera. La possibilità può essere numericamente circoscritta, ma questo non elimina l’esigenza clinica di garantire un’assistenza appropriata quando si presenta.
A cura di Luisa Mondo, Servizio di Epidemiologia, ASL TO3, Regione Piemonte
