Rifugiati al lavoro. Quali reti? Quali politiche?

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Negli ultimi anni una parte molto consistente dei migranti arrivati in Italia è arrivata come richiedenti asilo. L’inserimento occupazionale di queste persone è stato diverso rispetto a gran parte dei migranti arrivati in decenni precedenti. In Lombardia il tasso di occupazione delle persone arrivate attraverso il canale umanitario è stato più basso anche in confronto ai migranti irregolari(Ortensi, Ambrosetti 2021). In Piemonte la situazione sembra simile. Il report di ricerca Rifugiati al lavoro. Quali reti? Quali politiche? (https://www.digspes.uniupo.it/ricerca/centri-e-laboratori-di-ricerca/midilab-laboratorio-migrazioni-e-disuguaglianze) del progetto PRIMA ha voluto approfondire la specificità di questi ‘nuovi migranti’ in Piemonte ma riteniamo che le osservazioni che ne derivano possano essere in molti casi generalizzabili e di stimolo per un confronto in altri contesti e livelli decisionali.

La maggior parte dei rifugiati è ormai uscita dai progetti di accoglienza. Molti di loro continuano però ad incontrare difficoltà ad accedere ad occupazioni stabili e vivono in condizioni talvolta di estrema precarietà: alcune delle persone incontrate dalla ricerca non sono riuscite a trovare una stabile sistemazione lavorativa dopo oltre dieci anni di presenza in Italia.

Perché i rifugiati nuovi arrivati presentano specificità e difficoltà nell’accesso al lavoro? Perché, anche a fronte di importanti risorse destinate all’accompagnamento di questo gruppo di popolazione straniera, persiste uno svantaggio? Le ricerche internazionali riconoscono da tempo il “refugee gap”, ossia un tasso di occupazione più basso non solo rispetto alla popolazione generale ma anche rispetto ad altri migranti. Tale svantaggio rimane anche dopo il controllo per età, genere, istruzione, provenienza, esperienze lavorative e livello di disoccupazione nel paese di accoglienza al momento di arrivo (Fasani, Frattini, Minale, 2020, anche per una ricognizione della letteratura).

Una delle specificità dei richiedenti asilo è che normalmente passano attraverso un sistema di accoglienza: sembra possibile che alcuni aspetti dell’attuale sistema di accoglienza possano influire negativamente sulle opportunità di inserirsi nel mercato del lavoro. Mentre altri migranti decidono la propria destinazione, generalmente in base a informazioni rispetto alle possibilità lavorative, i richiedenti asilo sono mandati in un certo luogo. Spesso i governi adoperano una ‘politica di dispersione’ per evitare concentrazioni territoriali; ma tale politica può lasciare i richiedenti asilo in un territorio in cui ci sono pochissime possibilità lavorative. In altri paesi è stato riscontrato che il tasso di occupazione dei rifugiati è più basso in contesti in cui è stata applicata una politica di dispersione. Inoltre va ricordato che i centri di accoglienza limitano la mobilità geografica dei loro ospiti: generalmente si possono allontanare solo per pochi giorni giustificando il motivo ai gestori. Questo può limitare la ricerca del lavoro.

Dati simili effetti negativi sull’inserimento lavorativo, ci è sembrato interessante fare un confronto con gli anni ’90, con quelle esperienze di accoglienza di profughi della Jugoslavia che in Piemonte interessarono in modo particolare Torino e l’Albese: il sistema era più spontaneista, esercitava un controllo minore sui rifugiati e comportava contatti diretti con la popolazione locale, con inserimenti molto rapidi: possiamo parlare di un sistema “leggero”, molto diverso dal vivere per lunghi mesi e anni in un ambiente che gestisce istituzionalmente la vita. Il modo in cui il sistema di accoglienza è organizzato può essere importante.

Una specificità non meno importante dei rifugiati riguarda le reti sociali. Molte persone nella popolazione generale ottengono un posto di lavoro attraverso informazioni e contatti forniti da amici e parenti, ma i dati dell’Indagine Istat sulle forze di lavoro mostrano che la rete sociale è ancora più cruciale per i migranti. Purtroppo le persone incontrate nella ricerca PRIMA non avevano legami sociali adatti per accedere al lavoro. Com’è noto, la maggior parte dei migranti emigrano attraverso una “catena migratoria” (Macdonald e Macdonald 1964): ci si indirizza verso una determinata località perché un parente o amico può fornire un appoggio iniziale, anche per trovare lavoro. Tale parente o amico di solito ha anche una serie di legami con altri immigrati che conoscono aziende che richiedono lavoratori stranieri. Sembra probabile che pochi profughi emigrino attraverso una catena migratoria di questo tipo. Tra le persone intervistate nel progetto PRIMA nessuno aveva famiglia o amici immigrati in Italia in anni precedenti, con una posizione consolidata in una nicchia del mercato del lavoro. La mancanza di legami in Italia è indicata anche dall’assenza di un progetto migratorio. Diversi nostri intervistati hanno infatti dichiarato che non volevano venire in Italia; in molti casi si voleva semplicemente lasciare la Libia. Senza pretendere che i nostri intervistati rappresentino ‘i rifugiati’ in generale, l’approdo piuttosto casuale al paese di asilo è frequente.

In assenza di legami con persone che hanno una posizione consolidata sul mercato del lavoro locale, la rete sociale dei nostri intervistati è composta da amici conosciuti durante il viaggio oppure in un centro di accoglienza, in luoghi come l’ex-MOI di Torino o durante lo svolgimento di un lavoro temporaneo. Si tratta di una rete sociale dispersa nelle varie regioni d’Italia (e anche in altri paesi). Questa rete non fornisce uno stabile inserimento lavorativo ma dà accesso a lavori temporanei, in particolare in agricoltura. Perciò molte persone si spostano da una parte dell’Italia all’altra seguendo le raccolte stagionali e le informazioni rispetto a possibilità di lavoro in un determinato momento a Saluzzo o Rosarno, nel Trentino o in Spagna.

Varie istituzioni europee e nazionali elargiscono risorse per favorire l’inserimento lavorativo dei rifugiati. Molte iniziative, in Piemonte come in altre parti dell’Europa, sono dedicate allo sviluppo del capitale umano dei rifugiati: programmi di formazione, scrittura del curriculum, individuazione e valorizzazione delle competenze già acquisite, riconoscimento delle qualifiche e di soft skills. Tuttavia questi progetti portano a un numero assai limitato di inserimenti lavorativi (causando una certa insofferenza espressa dai beneficiari). Da notare inoltre che gli effetti delle misure attuate sono di difficile analisi a causa della mancata disponibilità di dati amministrativi sufficientemente dettagliati. In ogni caso le informazioni disponibili da interviste con migranti, case-manager dei centri d’impiego e operatori non indicano che i rifugiati che possiedono qualifiche migliori abbiano un inserimento lavorativo più facile. La ricerca PRIMA suggerisce l’opportunità di misure che rafforzino i meccanismi di incontro domanda – offerta di lavoro come tirocini e prove mestiere e la necessità di affrontare i problemi strutturali (per migranti e non-migranti) dei servizi territoriali. E soprattutto chiede che si riconoscano le specificità di cui abbiamo detto dei percorsi di inserimento lavorativo dei rifugiati, di importanza non solo analitica ma anche per le politiche.

Tali specificità sono emerse anche dalle interviste alle aziende che hanno assunto rifugiati. Gran parte delle aziende hanno messo in evidenza problemi linguistici, talvolta provocando incomprensioni e conflitti con colleghi o problemi di sicurezza. I problemi linguistici riguardano tutti gli immigrati, anzi, poiché i centri per l’accoglienza organizzano lezioni di italiano, si potrebbe immaginare che i rifugiati abbiano meno problemi linguistici rispetto ad altri immigrati. Perché invece la lingua è un problema evidenziato per i rifugiati? Ipotizziamo che ci sia un legame tra le difficoltà linguistiche e le modalità di inserimento: se un neo assunto è reclutato attraverso un lavoratore già inserito nell’azienda, una parte dei problemi linguistici, delle strategie relazionali viene mediata e gestita dai lavoratori che hanno contribuito alla nuova assunzione. Ma per ora questo tipo di inserimento avviene poco tra i rifugiati.

Come detto, il lavoro stagionale in agricoltura svolto da molti nuovi migranti implica forte mobilità. Questo ha evidenti conseguenze per le tradizionali forme di abitazione: gran parte dei nostri intervistati non può permettersi un affitto, ma chi segue le stagioni delle raccolte non è neppure interessato a una soluzione abitativa tradizionale. A partire quindi dalla constatazione del forte legame che intercorre tra la sfera lavorativa e la dimensione abitativa, abbiamo descritto la funzione che possono svolgere le esperienze di occupazione abitativa e di costituzione di una residenza collettiva transitoria, spiegando perché il valore di luoghi formali e informali diversi dalle abitazioni ordinarie andrebbe riconosciuto e valorizzato per costruire alternative abitative dignitose accessibili anche e soprattutto ai lavoratori precari.

Si è delineata infatti una manodopera caratterizzata da iperprecarietà e ipermobilità itinerante all’uscita dall’accoglienza. Evidentemente questo dipende da fattori strutturali ma qui vogliamo sottolineare che poiché molti servizi, dalla salute all’abitazione, nel modo in cui sono organizzati abitualmente, prevedono la stanzialità, si rivolgono a una popolazione sedentaria, questa situazione pone problemi che vanno riconosciuti e affrontati.

Accedi al report Rifugiati al lavoro. Quali reti? Quali politiche? (https://www.digspes.uniupo.it/ricerca/centri-e-laboratori-di-ricerca/midilab-laboratorio-migrazioni-e-disuguaglianze)

Riferimenti Bibliografici

F. Fasani, T. Frattini, L. Minale (2020) (The Struggle for) Refugee Integration into the Labour Market: Evidence from Europe, https://dagliano.unimi.it/wp-content/uploads/2020/03/WP435.pdf.

J. MacDonald, L. MacDonald (1964) Chain migration, ethnic neighborhood formation and social networks, “Milbank Memorial Fund Quarterly”, 42, 1.

A cura di Maria Perino e Micheal Eve, Dipartimento di Giurisprudenza e Scienze Politiche Economiche e Sociali, Università del Piemonte Orientale

maria.perino@uniupo.it; michael.eve@uniupo.it