Il Covid secondo Helga e Ginevra

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Mi vergogno! Sì, mi vergogno di essere felice.

E’ così. Il Covid ha rivoluzionato la mia vita, le nostre vite, mia e di mia figlia.

Ginevra mi aveva raggiunta per le vacanze di Carnevale – viviamo in due Regioni diverse da quando il Giudice del Tribunale minorile l’ha affidata a mia madre –  e proprio quando stava per rientrare, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, emana una serie di decreti attuativi in cui le misure di restrizione si fanno progressivamente più ferree ed estese sull’intero territorio nazionale. Non ci si può più spostare da un Comune all’altro, da una Regione all’altra. Ginevra non può più partire per raggiungere il Piemonte e la nonna. Siamo incredule entrambe ed euforiche!

Sono sei anni che viviamo separate, ci vediamo solo un week-end al mese e durante i periodi di vacanza. Grazie ai moderni mezzi di comunicazione ci sentiamo tutti i giorni ma non è la stessa cosa.

Ovviamente, ho le mie responsabilità per questa situazione, lo so che è a causa dei miei errori, ma amo mia figlia più di ogni altra cosa al mondo e vivere lontana da lei in questi anni è stato durissimo!

La mia ribellione è iniziata quando avevo più o meno l’età che ha adesso Ginevra, quindici anni, mi sentivo totalmente incompresa e non amata. I miei genitori adottivi non mi facevano mancare nulla sul piano materiale, erano persone agiate e ad un certo punto avevano deciso di adottare una figlia ma non erano tagliati per fare i genitori… Ora non gliene faccio più una colpa, hanno fatto quel che sapevano e potevano ma per me è stato veramente pesante e limitante. Sin da piccolissima le frasi che mi ripetevano continuamente erano “Helga, lascia stare, non sei capace” poi sono diventate “Sei solo una buona a nulla”, “Fare il liceo tu? Ma figurati! Sei un’incapace!” insieme a quelle che colpivano il mio aspetto fisico “Sei grassa! Vergognati! Smetti di mangiare!” Ed io crescevo insicura, fragile e mi rimpinzavo di qualunque cosa…

La ribellione mi ha condotta a frequentare altri ragazzi ribelli come me, marijuana ed alcool per iniziare erano i nostri compagni di viaggio e poi, con gli anni, una escalation di tutto il peggio che c’è. Facevo l’artista di strada, dicevano fossi brava, ma nella strada si incontra di tutto e una ragazza sola diventa facile preda di vagabondi della peggior specie. Mi sono fatta di qualunque sostanza offerta dal mercato. Ho persino venduto il mio corpo per poter avere ciò che ormai mi succhiava l’anima.

Poi, un bel giorno mi sono innamorata, perlomeno, credevo fortemente di esserlo, ma ora so che ciò che amavamo più di tutto Pedro ed io, erano le sostanze. Dopo tre mesi ero incinta, felice come non mai e sola, perché Pedro appena aveva saputo la notizia era sparito, per tornare in Spagna o chissà dove, ma non me n’era importato più di tanto.

Stavo per diventare mamma! Lo desideravo da morire quel figlio, anzi, quella figlia, perché dentro di me sapevo che sarebbe stata una bambina. Per lei ho cercato di cambiare vita, per tutti i nove mesi di gravidanza ho smesso qualunque sostanza, ho chiesto aiuto ad una associazione e anche mia madre un po’ di sostegno me lo ha dato, rinfacciandomi ogni cosa come suo solito ma in quel periodo avevo molta pazienza.

Quella bambina che cresceva dentro di me mi dava tutta la forza che non avevo mai trovato nella mia famiglia, per lei avrei fatto qualunque cosa. E così è stato per tutto il primo anno della sua vita, il mio latte doveva essere pulito e sano perché lei doveva crescere bene…

Ma il mio lavoro era l’artista di strada ed è molto difficile mantenersi retti, astemi, puliti, quando il mondo che ti gravita intorno fa uso di qualunque porcheria…

A quel punto Ginevra era svezzata, era una bella e brava bambina ma io mi ritrovavo completamente sfatta di stanchezza: della gravidanza, dell’allattamento, della solitudine, dei continui rimproveri di mia madre, della fatica di vivere ed avevo bisogno di qualcosa per tenermi su… E così, senza quasi accorgermene, piano, piano, ritornai all’inferno, ma io, allora, m’illudevo di stare in paradiso.

Quando Ginevra aveva cinque anni, sono entrata in una comunità mamma-bambino per mia scelta, volevo tirarmi fuori una volta per tutte da quella melma perché nei momenti di lucidità ero consapevole del male che stavo facendo a me stessa e a Ginevra. Certo che non è stata l’esperienza che mi ero immaginata, era più simile ad un carcere che ad una casa di accoglienza. Pazienza ancora per me, ma le stesse regole alle quali dovevo sottostare io, erano applicate ai minori che vivevano con le loro madri. La cosa più terribile è stata assistere alla sofferenza di mia figlia senza poterci fare nulla, la totale impotenza che avvertivo scatenava in me terribili sensi di colpa, purtroppo, del tutto inutili. Decisamente un’esperienza da dimenticare! Non posso dire sia stata vana – nessuna esperienza per quanto negativa lo è – sicuramente ha contribuito a rinsaldare ancora di più il nostro legame ma non ad aiutarmi ad uscire dalla dipendenza…

Dopo due anni e mezzo siamo state catapultate fuori, alla mercè di un mondo che non sapevo affrontare, che mi spaventava, ancora e sempre sola, senza affetti a cui potermi aggrappare, una donna fragile, non cresciuta  e con una bambina a cui badare. Lei sì, era il mio unico affetto, il mio raggio di sole, ma era una bimba e aveva bisogno lei quanto me di persone adulte e responsabili per crescere equilibrata. Quell’equilibrio io non l’avevo, come potevo donarlo a lei?

I Servizi Sociali mi hanno proposto per Ginevra un affido temporaneo presso una famiglia che conoscevo, in attesa che mi sistemassi un po’ la vita, così avevano detto, ed ho accettato, pensando fosse la cosa migliore per lei, ma poi successe un fattaccio per il quale mi sono presa una condanna: pochi giorni di carcere e una cauzione, ma la bambina doveva essere tutelata. Il Giudice propose a mia madre di prendersi cura della nipotina e lei acconsentì che l’affidamento passasse dalla famiglia che l’aveva in carico a lei. A me, lo stesso Giudice aveva detto che se non cambiavo vita l’avrei persa: la nonna era anziana, si sarebbe potuta occupare di Ginevra per alcuni anni ma se io non avessi preso seriamente in considerazione la possibilità di dare una vera svolta alla mia esistenza, sarebbe stata data in adozione. Mi sono spaventata a morte!

E’ stato allora che ho deciso di cambiare Regione. A Torino non ce la facevo ad uscire da quell’ambiente, se ci provavo venivo cercata, letteralmente sedotta e l’amante era sempre la sostanza. Un mondo marcio ma che del suo puzzo non potevo fare a meno: se volevo ricominciare dovevo andare lontano da lì. Ginevra meritava questo! Lei mi amava come nessuno mai mi aveva amata e per me era la vita.

Nei Servizi Sociali della Liguria ho avuto la fortuna di incontrare persone professionali e umane, che oltre ad un sostegno economico e abitativo, mi hanno compresa e mi hanno saputo dare gli stimoli giusti. Tutte le esperienze fin lì fatte, mi avevano indotta a capire che mi sarebbe piaciuto essere di aiuto agli altri, in particolare, avevo scoperto una predilezione per le persone anziane, quindi, mi sono iscritta ad un corso per Oss che ho frequentato con molto interesse e con ottimi risultati. Contemporaneamente, avevo seguito un percorso per la disintossicazione dalle sostanze con l’impegno settimanale del controllo delle urine. Non ho sgarrato mai! Non è stato un periodo facile, tutt’altro, ma forse, meno duro di quanto potessi immaginare. O forse, erano le parole del Giudice che continuavano a martellarmi incessanti nella mente: mia figlia! Non volevo perdere mia figlia!

E così sono arrivate le vacanze di Carnevale 2020. Era un buon periodo per me ed ero felicissima! Da un mese avevo avuto il lavoro che volevo, per il quale mi ero diplomata a pieni voti: mi veniva affidata la cura di una simpatica nonnina in una famiglia di persone speciali, così gentili, comprensive e serie come mai ne avevo incontrate nella vita. O forse, ero io che nella mia metamorfosi riuscivo a vedere e valutare ciò che prima neanche mi sfiorava. Avevo una casa dignitosa, un lavoro serio e ben retribuito, bevevo solo più latte e coca-cola – avevo smesso di fumare anche le normali sigarette – e mia figlia stava arrivando per trascorrere dieci giorni da me. Era tutto ciò che desideravo!

E proprio quella settimana, Conti ha stabilito che nessuno più doveva muoversi dal posto in cui era. Le scuole sarebbero rimaste chiuse fino a data da destinarsi, quindi, Ginevra, che aveva già pronto il biglietto del treno per il rientro dalla nonna dove per altro, stava frequentando l’ultimo anno delle Medie, non sarebbe partita più. Non ci potevamo credere! Ginevra ed io ci siamo abbracciate e messe a ballare e cantare come due pazze: “Evviva! Possiamo restare insieme! Mai più separate! Che bello! Che bello!”

La nonna, tutto sommato, è stata contenta di essersi tolta il peso della responsabilità di una adolescente che, se pur non ribelle come la madre, le stava dando filo da torcere perché Ginevra non aveva timore di lei e controbatteva ad ogni rimprovero della nonna che non fosse più che sensato e coerente: era una tosta mia figlia! Lei sapeva usare le parole, non aveva bisogno di fuggire per farsi valere come avevo fatto io, perché lei era sorretta dalla forza di quell’amore che, malgrado tutto, ero riuscita a trasmetterle.

Durante il lockdown ci siamo riscoperte. Erano anni che non stavamo insieme così a lungo e nel frattempo, lei era cresciuta ed io cambiata. Con il mio sostegno Ginevra è riuscita a recuperare le sei materie che aveva sotto: ho dovuto rispolverare tutte le nozioni del mio liceo classico ma è stato anche un piacere farlo. A me piaceva studiare e anche se con notevole fatica – perché facevo già uso di sostanze – a diciotto anni mi ero diplomata, a dispetto di quel che pensava e diceva mia madre. Se non avessi avuto quei problemi avrei fatto l’Università ma anche se le cose non sono andate così, ora ero lì che stavo aiutando mia figlia a prepararsi per l’esame di terza media, con sudore, fatica e qualche lacrima ma ce la potevamo fare. Certo che ne abbiamo avuti di bisticci! A volte il morale calava e mi dicevo che, forse, non ero in grado di fare da madre ad una adolescente, ma poi mi ripetevo che molto probabilmente era tutto normale, era impossibile evitare punti di disaccordo tra due persone che stavano imparando a vivere: una, per la prima volta, perché madre natura così vuole, l’adolescenza è la fase preparatoria alla vita adulta, e l’altra, se pur adulta fatta, stava vivendo la sua seconda opportunità affrontando una ri-nascita a tutti gli effetti.

Ginevra è stata promossa con la media del sette: non poteva crederci, se avesse continuato come nel primo quadrimestre avrebbe rischiato la bocciatura. Dalla nonna non aveva aiuti per lo studio e lei si era convinta di non essere abbastanza intelligente. Ovviamente, ha avuto modo di ricredersi. Tutti i suoi Professori si sono complimentati con lei per l’impegno e con me per il sostegno che avevo saputo darle, il tutto, documentato e trascritto nella relazione conclusiva che hanno dovuto rilasciare ai Servizi Sociali.

Il 3 agosto 2020 c’è stata l’ultima udienza al Tribunale di Torino. Il Giudice, sentite tutte le parti e lette le relazioni delle Assistenti Sociali, ha decretato che Ginevra sarebbe stata affidata a me, quindi, si sarebbe potuta stabilire definitivamente in Liguria con la possibilità di iscriversi alle Superiori nella nostra città. Ovviamente, avrebbe potuto recarsi dalla nonna ogni qual volta lo avesse desiderato e viceversa, se la nonna avesse voluto far visita a noi.

Tutto ciò è successo grazie al famigerato Covid19.

Street journalist: Sita