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Disuguaglianze di salute

A noi importa

Protesters march down a city street at night
Tempo di lettura: 2 minuti

Il problema della rinuncia alle cure è stato ampiamente dibattuto in Italia. Un numero crescente di persone dichiara di aver rinunciato a visite specialistiche o esami diagnostici a causa delle liste di attesa troppo lunghe, delle difficoltà di accesso ai servizi e motivi economici. Nel 2024 quasi un italiano su dieci (9,9%), pari a circa 5,8 milioni di persone, ha rinunciato a una prestazione sanitaria, in aumento rispetto ai 4,5 milioni del 2023. La causa principale restano le liste d’attesa (6,8%), seguite da difficoltà economiche e logistiche. Il fenomeno interessa soprattutto donne e anziani e mostra una crescita diffusa su tutto il territorio nazionale: dal 2–3% del 2019 si è passati a valori superiori al 6–7% in tutte le aree geografiche.

Nel contesto italiano, la paura di uscire di casa non emerge tra le motivazioni dichiarate per la rinuncia alle cure, diversamente da quanto sta accadendo a Minneapolis (USA).

Un’accorata lettera scritta da un gruppo di medici che operano in Minnesota US, pubblicata sul New England Journal of Medicine denuncia una situazione molto critica: le persone non si recano più negli ambulatori medici per il timore di uscire di casa ed essere intercettati dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement. Non sono colpiti solo gli immigrati senza documenti ma anche immigrati e rifugiati presenti legalmente e cittadini statunitensi. Una situazione paradossale ma che sta avendo gravi ripercussioni sulla salute delle persone.

Di seguito la sintesi della lettera scritta da Bernard E. Trappey, M.D. per Minnesota Physician Voices Minneapolis

Come medici del Minnesota, abbiamo giurato di non nuocere e di prenderci cura di tutti. Oggi sentiamo il dovere di testimoniare ciò che sta accadendo: la paura legata all’aumento della presenza dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) sta danneggiando concretamente la salute delle nostre comunità.

Nei nostri ambulatori e pronto soccorso vediamo appuntamenti mancati e accessi in calo non perché le persone non abbiano bisogno di cure, ma perché hanno paura di uscire di casa. Temono di essere fermate, detenute, separate dalle loro famiglie. Questa paura porta a ritardi nelle diagnosi e nelle terapie, con conseguenze gravi: infezioni che diventano sepsi, malattie croniche fuori controllo, emergenze che arrivano troppo tardi per essere risolte.

Le donne in gravidanza rinunciano alle visite prenatali; alcune arrivano in ospedale in condizioni critiche. I bambini saltano vaccinazioni e controlli fondamentali. Neonati gravemente malati restano senza la presenza dei genitori, terrorizzati all’idea di esporsi. Intanto crescono l’insicurezza alimentare e il disagio psicologico: vediamo sintomi di stress post-traumatico, tentativi di suicidio, famiglie spezzate dalla detenzione e dall’incertezza.

Anche noi operatori sanitari non siamo immuni: lavoriamo tra angoscia e senso di impotenza, talvolta impediti perfino di prestare soccorso. Eppure continuiamo a fare tutto il possibile — telefonate, visite domiciliari discrete, consegne di farmaci e beni essenziali — per sostenere chi non può muoversi in sicurezza.

Ci prendiamo cura delle persone indipendentemente dalle loro opinioni, dal loro status migratorio o dalla loro religione. Lo facciamo perché sono esseri umani. Ma oggi i nostri pazienti stanno subendo danni evitabili. Per questo chiediamo con forza la fine della violenza e del trauma che colpiscono le nostre comunità e invitiamo tutta la professione medica a usare la propria voce per proteggere chi è più vulnerabile.

Bernard E. Trappey. We Do Care. New England Journal of Medicine. doi:10.1056/NEJMc2601288


A cura di Luisella Gilardi e Giulia Caruso – Centro di Documentazione per la Promozione della Salute (DoRS), ASL TO3, Regione Piemonte

luisella.gilardi@dors.it

giuliacaruso18@gmail.com