Che cosa vuol dire essere poveri di cibo? La prima risposta che viene in mente è: non averne abbastanza. Il volume Povertà alimentare a Torino. Analisi per pratiche trasformative delle disuguaglianze urbane propone una definizione più esigente. La povertà alimentare, scrivono le curatrici, è la «difficoltà ad accedere a un’alimentazione adeguata, in modo stabile e attraverso esperienze di approvvigionamento non stigmatizzanti». Tre condizioni insieme: un cibo adeguato, che arrivi in modo stabile, senza che chi lo riceve si senta umiliato. Guardate da vicino, queste tre parole ci dicono molto su quanto siamo ancora lontani e su dove si potrebbe intervenire.
Il volume è curato da Veronica Allegretti e Alessia Toldo dell’Università di Torino ed è uscito nella collana dell’Atlante del Cibo di Torino Metropolitana. L’Atlante è una rete che da circa dieci anni riunisce Università di Torino, Politecnico di Torino, Università di Scienze Gastronomiche, Camera di Commercio di Torino, Città di Torino, Città Metropolitana, Ires Piemonte, Urban Lab e, dal 2023, Regione Piemonte per costruire conoscenza condivisa sul sistema del cibo. Il volume raccoglie cinque ricerche con sguardi diversi. Il primo capitolo, di Veronica Allegretti, presenta un’indagine con 205 persone incontrate in 26 associazioni torinesi. Il secondo, di Giuseppina Bifulco (Università di Milano-Bicocca), ricostruisce la mappa dei luoghi dell’aiuto alimentare e la filiera delle eccedenze. Il terzo, di Cristian Campagnaro e Raffaele Passaro (Social Design Lab del Politecnico di Torino), racconta undici anni di ricerca-azione nelle case di accoglienza comunali per persone senza dimora. Gli ultimi due ci portano a Barriera di Milano. Ginevra Montefusco (Università di Padova) studia la Casa del Quartiere di via Agliè (uno degli spazi di comunità aperti a tutti, gestiti in città da realtà del terzo settore) e il Boschetto, un orto urbano condiviso. Maria Vasile (Università di Pisa) osserva invece la distribuzione dei pacchi alimentari durante il Covid. Il volume è stato presentato il 26 marzo 2026 a Urban Lab. Al dibattito ha partecipato anche Tiziana Ciampolini, consigliera comunale e capogruppo della lista civica Torino Domani, da molti anni impegnata sui temi della povertà.
Prima di entrare nelle tre parole, vale la pena chiedersi di chi stiamo parlando. L’indagine del primo capitolo ha intervistato, alla fine del 2021, 205 persone che ricevevano aiuti alimentari da associazioni del territorio. Non rappresentano tutte le persone in povertà alimentare: come è stato ricordato durante la presentazione, si stima che solo circa la metà di chi vive questa condizione chieda aiuto, mentre l’altra metà resta invisibile, anche alla ricerca. Ma ci dicono qualcosa di importante su chi oggi bussa alla porta di questi servizi, che non è chi spesso immaginiamo. Sei persone su dieci sono donne e l’età media è di 44 anni. Una persona su cinque è laureata e una su tre lavora, ma con un reddito medio di circa 800 euro al mese per famiglie di tre persone. Studio e lavoro non bastano più a mettere al riparo.
Adeguato. Un cibo adeguato non è solo un cibo sufficiente. Deve fare bene alla salute, rispettare i gusti e le culture, lasciare un margine di scelta. Le ricerche mostrano quanto questo sia difficile quando l’aiuto dipende da ciò che avanza. Nei pacchi distribuiti a Barriera di Milano finivano omogeneizzati per famiglie senza bambini piccoli, frutta troppo matura e, a fine aprile, colombe e uova di cioccolato rimaste invendute dopo Pasqua (capp. 4 e 5). Un volontario lo dice senza giri di parole: «Stiamo dando rifiuti alimentari a persone che hanno già molti problemi». Molti prodotti, osserva il quinto capitolo, erano considerati «abbastanza buoni» non in sé, ma perché destinati a chi era in difficoltà. Durante la presentazione è stato ricordato che nelle case di accoglienza, fino a pochi anni fa, arrivavano soprattutto pane, pizza e farinacei, a persone che spesso vivono con diabete od obesità. Qui la povertà alimentare diventa una questione di salute e quindi di disuguaglianze di salute. Che cosa succede quando si cambia prospettiva? Il terzo capitolo racconta alcune esperienze nate proprio per questo. Alimenta è un fondo stabile gestito dalle cooperative delle case di accoglienza per comprare cibo fresco e ha portato ogni sera carne, pesce, frutta e verdura. Meal Kit è un kit con spezie e condimenti da aggiungere ai pasti già pronti, pensato durante la pandemia, per restituire almeno la possibilità di dare al piatto il proprio sapore. Sono piccoli gesti, ma spostano la domanda da quanto cibo diamo a quale cibo e per chi.
Stabile. La seconda parola riguarda il tempo. Non basta mangiare oggi: bisogna poter contare sul fatto che si mangerà anche domani. Una parte importante del cibo distribuito a Torino proviene dalle eccedenze della grande distribuzione e dell’industria (cap. 2). È un flusso prezioso ma incerto, che varia di anno in anno e rende difficile programmare. L’incertezza pesa sulle persone: quando non si sa se la sera dopo ci sarà una cena, si tende a mangiare troppo o ad accumulare. Pesa anche sulle organizzazioni. Durante l’incontro è intervenuta Eco dalle Città, un’associazione che dal 2016 recupera frutta e verdura invendute nei mercati torinesi e le ridistribuisce gratuitamente. Ha spiegato di aver scelto di pagare la maggior parte di chi fa questo lavoro, perché solo così si garantisce continuità. Il rischio, è stato detto, è che tutto si regga sulla buona volontà dei volontari. La risposta della consigliera comunale è stata chiara: una politica del cibo «non è una poesia», vuol dire avere voci di spesa dedicate. Oggi non ci sono e anche il welfare di comunità si costruisce «a singhiozzo», da un progetto all’altro. Eppure Alimenta dimostra che con risorse certe, circa 30.000 euro l’anno, si può garantire da undici anni una cena a oltre duecento persone. La stabilità, insomma, è prima di tutto una scelta di bilancio.
Dignitoso. La terza parola è forse la più difficile da misurare ed è anche quella che il volume illumina meglio. Una persona su cinque tra le intervistate prova vergogna nel ricevere aiuto e alcune lo nascondono ai familiari e agli amici (cap. 1). A Barriera di Milano, per molte persone il cibo diventa «un aiuto da elemosinare, piuttosto che un diritto da rivendicare» (cap. 4). Il quinto capitolo descrive un passaggio silenzioso ma profondo: nel linguaggio del welfare la parola bisogni sta prendendo il posto della parola diritti. Così chi chiede aiuto deve continuamente dimostrare di meritarlo e i beneficiari restano nomi su una lista, separati da chi distribuisce. Anche qui le ricerche indicano altre strade. La Dispensa Leggera è uno scaffale sempre accessibile nella casa di accoglienza di via Ghedini, dove le eccedenze recuperate sono esposte con cura e ognuno sceglie cosa prendere, invece di ricevere un pacco già fatto. Il metodo stesso della ricerca-azione va nella stessa direzione: le soluzioni sono state progettate insieme alle persone senza dimora, agli operatori e al Comune (cap. 3). Il capitolo conclusivo invita a dare spazio a forme mutualistiche, in cui chi riceve aiuto partecipa anche alle decisioni.
Queste tre parole non sono solo una chiave di lettura, ma anche un modo per interrogare le politiche. Torino ha inserito il diritto al cibo nel proprio Statuto, ma non si è ancora data una politica del cibo. Allora possiamo chiederci: le risposte che offriamo sono adeguate alla salute e alla vita delle persone o solo a ciò che il mercato non riesce a vendere? Sono stabili, o dipendono dal prossimo bando? Fanno sentire le persone cittadine con dei diritti o beneficiarie da selezionare? E, più in fondo: chi decide che cosa è «abbastanza buono» per gli altri?
Il volume non offre soluzioni pronte, forse è proprio questo il suo valore, ci consegna uno sguardo più attento e alcune esperienze che mostrano che cambiare è possibile.
Il volume si può scaricare dal sito delle collane dell’Università di Torino.
A cura di Silvia Pilutti, Prospettive ricerca socio-economica s.a.s.
silvia.pilutti@prospettivericerca.it

