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Disuguaglianze di salute

Volere o potere: perché in Italia i figli restano un desiderio irrealizzato

Tempo di lettura: 3 minuti

In Italia il desiderio di diventare genitori non manca: a mancare sono le condizioni concrete per sostenerlo. A separare il desiderio dalla realtà sono la precarietà del lavoro, i costi crescenti, tempi di vita inconciliabili e servizi che non coprono i bisogni. 

È quanto emerge da “Volere o potere”, il Dossier sulla Natalità 2026 realizzato dalla Fondazione per la Natalità con l’ISTAT e presentato il 28 luglio a Roma.

Nel 2025 sono nati 355.000 bambini: il minimo storico dal secondo dopoguerra. Ponendo i dati lungo una linea temporale, in sessant’anni abbiamo perso più della metà delle nascite: nel 1964 nascevano un milione di bambini l’anno, nel 2025 poco più di un terzo.

L’Italia è uno dei paesi più vecchi al mondo, il più anziano d’Europa, e i decessi sono ormai quasi il doppio delle nascite. Ogni anno il Paese perde, per differenza tra morti e nati, circa 300.000 persone: tante quante ne abitano una grande città come Catania.

L’Italia quindi è un paese sempre più anziano, in cui però l’aspettativa di vita resta superiore sia a quella degli Stati Uniti sia alla media UE; un risultato che il nostro sistema sanitario pubblico, universale e gratuito ha contribuito a costruire. Ma con una forza lavoro sempre più ridotta, come reggerà la domanda di assistenza di una popolazione che invecchia? Si stima che da qui al 2035 andranno in pensione oltre 6 milioni di persone (INAPP, 2025), mentre la popolazione in età da lavoro si ridurrà del 34% entro il 2060.

Un sistema sanitario sotto pressione demografica non regge allo stesso modo ovunque: a pagare il prezzo più alto sono in genere i territori già più fragili, dove i servizi sono più scarsi e le liste d’attesa più lunghe. La denatalità, in questo senso, non è solo una questione di sostenibilità del welfare, ma rischia di amplificare le disuguaglianze di salute già esistenti tra territori e tra gruppi sociali.

Il desiderio c’è, mancano le condizioni per realizzarlo

Per mantenere stabile la popolazione servirebbero in media 2,1 figli per donna. Nel 2025 il numero medio è stato di 1,14. Ma se si realizzassero anche solo le intenzioni dichiarate dalle donne in età fertile, le nascite sarebbero quasi il doppio: 760.000.

Tra le persone in età feconda (18-49 anni, circa 22 milioni al 1° gennaio 2024), oltre 10,5 milioni dichiarano di non voler avere figli. Potrebbe sembrare un Paese che ha smesso di desiderare la genitorialità, ma è una lettura sbagliata:

  • il 62,2% dichiara di aver rinunciato per le difficoltà incontrate;
  • il 32% ha già raggiunto il numero di figli che desiderava;
  • solo il 5,5% dice che i figli non fanno parte del proprio progetto di vita.

2,8 milioni di persone indicano le difficoltà economiche o lavorative come il principale freno al desiderio di avere figli. Più della metà teme che, nei tre anni successivi alla nascita di un figlio, la propria situazione finanziaria possa peggiorare. Un paradosso che scoraggia anche chi sarebbe più motivato: da un lato la povertà rende più difficile fare figli, dall’altro i figli possono spingere le famiglie in povertà.

Il costo, però, non è solo economico: è anche professionale, e qui emerge un divario di genere netto. Il Dossier stima che oltre 3 milioni di donne risultino inattive per motivi familiari, contro appena 151.000 uomini: un rapporto di 20 a 1. È il segno più chiaro di quanto il carico della cura resti squilibrato, e di quanto questo squilibrio si traduca in occasioni di lavoro, reddito e autonomia perse quasi esclusivamente dalle donne.
Con l’età media al parto salita a 32,7 anni, inoltre, i nonni rischiano sempre più spesso di non poter essere un sostegno nei primi anni di vita dei nipoti, perché sono loro stessi i primi ad avere bisogno di cure. Si parla della “generazione sandwich” stretta tra la crescita dei figli e l’assistenza a genitori anziani e riguarda circa 650.000 persone, in netta prevalenza donne, che diventano caregiver di due generazioni contemporaneamente.

Alla luce di questi dati, l’ISTAT ha avviato il primo registro longitudinale della fecondità in Italia, per capire come cambiano nel tempo i progetti riproduttivi delle persone.

Resta da chiedersi se la natalità sia davvero una questione privata, o non sia piuttosto una condizione strutturale che riguarda tutti.


Sintesi a cura di Giulia Caruso – Centro di Documentazione per la Promozione della Salute, ASL TO3 – Regione Piemonte

giuliacaruso18@gmail.com