Simona

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Sono Simona, specializzata in antropologia medica e sto conducendo per una ONG di Torino una ricerca qualitativa sugli itinerari di cura delle fasce vulnerabili. Mi occupo in particolare delle persone senza dimora (italiani e migranti) e di persone anziane fragili, che affrontano disagi sociali, soffrono di varie patologie e hanno legami familiari precari o inesistenti.

È a queste persone che intendo dare voce, perché hanno vissuto l’isolamento e le restrizioni con maggiore intensità. La pandemia ha modificato la loro quotidianità. Le persone senza dimora e, più in generale, i vulnerabili che utilizzano i servizi del territorio in questo periodo hanno più difficoltà per diverse ragioni: chiusura dei dormitori o esaurimento posti, chiusura dei centri di accoglienza diurni, perdita della casa e/o del lavoro, ecc. Queste difficoltà erano già presenti prima della pandemia, ma questo avvenimento ha esacerbato dinamiche economiche e sociali che erano già presenti, aumentando le diseguagliante tra i cittadini.

È, tuttavia, complesso riuscire ad avere un contatto stretto e prolungato con questo tipo di utenti, sia per le norme in vigore relative alla sicurezza sanitaria, sia per quanto riguarda le caratteristiche del contesto in cui vengono incontrati. È difficile entrare in confidenza con una persona senza dimora e per parlare con calma, in modo approfondito. Spesso mancano i mezzi (telefono, connessione a internet), il tempo e il luogo per farlo. Tempo e luogo hanno in questi contesti un valore diverso poiché lo stile di vita porta a spendere molto tempo in luoghi pubblici ed essere esposti perennemente ad occhi estranei. Per molti la giornata si articola in base agli orari dei servizi e alla struttura delle sistemazioni di fortuna che riescono a trovare giorno per giorno. Alcuni scelgono di non sottostare del tutto alle regole di un luogo e un tempo prestabilito, queste caratteristiche variano a seconda del tempo trascorso in questa condizione (ovvero in base al livello di cronicità).

Questo tipo di lavoro mette in gioco non solo l’abilità di un ricercatore, ma anche la sua persona. Ho scelto di intraprendere questo percorso perché credo fermamente nelle potenzialità del lavoro di ricerca in questi contesti. La violenza strutturale e la giustizia sociale, così come il coinvolgimento attivo della società civile, sono temi a cui tengo particolarmente. Essi sono spesso difficili da analizzare all’interno delle dinamiche che coinvolgono le fasce sociali vulnerabili.